Cyberspace oddity: apparenza, realtà, consapevolezza ed emozioni tra vecchi e nuovi media

Articolo ispirato dalla visione dell’opera cinematografica The Truman Show di Peter Weir.

La vita di Truman Burbank, comune cittadino che sembra vivere una vita apparentemente serena, è in realtà un’immensa sceneggiatura costruita all’interno di uno studio televisivo visibile dallo spazio. Anni luce di distanza che ci permettono di vedere questo mini mondo costruito nell’occhio di una telecamera, ma invisibile da vicino. Questa piccola ricostruzione pseudo topografica mi è venuta in aiuto per aprire la riflessione sull’apparenza e sulla realtà e sulla consapevolezza ad esse legata. Mi sono immaginata su un piccolo satellite vagabondo oltre la nostra atmosfera.

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Oltre le nuvole, le aurore, le piogge e il sole. Da qui, in assenza di gravità, dove tutto sembra, ma che tutt’altro è, calmo e lento, posso osservare con distacco, ma coinvolgimento, quello che accade nella piccola ideale Seaheven, luogo abitato da Truman. Che cosa vedo? Che cosa capisco? Che cosa mi emoziona? Quel mondo mi appare come un coloratissimo cartoon pastelloso, con persone felici, cani a pois, famiglie gioiose e impenetrabile perfezione. Fino a quando il giovane Truman, sollecitato da input reazionari al sistema mediatico costruitogli addosso, comincia a sospettare che la sua realtà forse non è la verità. Truman comincia ad utilizzare la semantica, traduce cioè criticamente una serie di eventi e di dati che seguono regole impostate dalla regia. Regole riguardanti le movenze dei figuranti, la routine costruita dei personaggi, la volontà di marginare i suoi desideri di fuga.

L’intelligenza ermeneutica di Truman lo porta a voler indagare su aspetti poco chiari degli eventi della sua vita. Ma cosa blocca, ancora una volta, la scintilla critica di Truman? Il sentimento. Il suo migliore amico, tra lacrime e rievocazioni del passato lo induce a credergli. Il coinvolgimento emotivo lo trascina fuori dalla volontà di scoprire la messa in scena. Per quanto riguarda me, io potrò anche essere su un satellite che accarezza Vega, ma anche da qui, seppur avendo una visuale più ampia, la mia è solo un’osservazione tutt’altro che distaccata e poco coinvolta. I miei sentimenti vengono continuamente sollecitati da ciò che vedo. Prima mi emoziono davanti alla dichiarazione di amicizia tra i due ragazzi e poi mi sdegno quando sento che le parole sono comandate dalla regia. Questo coinvolgimento emotivo, mi permette di essere oggettiva nella valutazione degli eventi? Mi risulta davvero difficile. Questo è quello che accade anche nella comunicazione mediata dal computer.

Qualche anno fa, ho deciso, per stanchezza di continua autoreferenzialità che contraddistingue i social, di cancellarmi da Facebook. Oggi, acquisita una consapevolezza maggiore e analizzando criticamente le immense possibilità che invece la rete ci offre, sono rientrata. Mancanza di forza di volontà? Dipendenza che ritorna? Stupidità mediatica? Questo provo a chiederlo a voi. Dai vostri satelliti cosa ne pensate?

Forse il più moderno Truman del nuovo millennio non sarebbe potuto uscire definitivamente da quella porta, perché l’onlife è un continuo vagare tra satelliti e mare in tempesta, tra pareti di cielo disegnato e stelle apparentemente immobili, ma estremamente veloci. La sua possibilità sarebbe stata conoscere le ombre della sua caverna senza però concedere loro di appiattirlo in un controluce perenne.

E nel caso non dovessimo rivederci, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte.

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