Articolo riflessivo attraverso il testo “L’Uomo è antiquato” di Günther Anders.
Sempre più spesso sentiamo parlare di mondo a portata di click. Ma cosa significa veramente avere il mondo a disposizione con un gesto? Non a caso usiamo il verbo avere.
La sensazione che il mondo ci appartenga con immediatezza, non significa che lo si abiti realmente e consapevolmente. Un conto è osservare, un altro è problematizzare.

Dalle reti tv alla connessione di reti
A regalarci interessanti spunti a riguardo è il filosofo Günther Anders. Nel 1956, pubblica il primo volume de L’uomo è antiquato, nel quale affronta il tema dei mezzi di comunicazione di massa come ecosistema tecnico-pragmatico e allo stesso tempo metafisico, in grado di modificare la disposizione dell’uomo nel mondo.
La questione reale-virtuale pare superata. L’ambiente che abitiamo è misto e i confini tra vita materiale e digitale si fanno sempre più velati. Questo concetto è chiaramente coerente e attuale. Ma lo schermo, che ci offre innumerevoli possibilità e offerte di intrattenimento e gratificazione, è davvero il paese dei balocchi? L’esperienza umana è davvero libera di generarsi con assoluta autonomia e indipendenza?
La ricerca filosofica e antropologica in merito ci aiuta a focalizzare alcuni elementi di riflessione.

La filosofia andersiana ci rivela come la televisione e la radio, alla fine degli anni ’50, fossero il prodromo di una graduale e continuativa espulsione dell’uomo dal mondo. L’esperienza, che fino a quel momento viveva di quotidianità in presenza, si trasforma, lasciando il passo a quella in mondovisione.
L’uomo dunque non sembra più vivere nel mondo, ma è il mondo che gli viene fornito attraverso lo spettro illusionistico dello schermo. Questa immagine di mondo che viene a noi è diventata il posto in cui viviamo.
Ma questo mondo che ci viene a trovare, prima in casa e ora in mobilità, offrendoci innumerevoli e ammiccanti offerte di svago, ci regala davvero libertà di scelta come la lampada di Aladino? Molto probabilmente Aladino viaggia su un tappeto guidato a distanza. Il mondo di cui parlava Anders era un mondo preconfezionato che puntava ai soggetti come consumatori ancor prima che come entità pensanti.
L’epoca dei Social network non è poi così distante da quella visione. La disintermediazione, il consumo di immagini e la produzione di profili ideali sono forse il fantasma di noi stessi. I fatti narrati diventano sempre più prodotti sganciati dal modello originario. La distinzione tra reale e irreale, tra verità e costruzione di una verità è alla base della diffusione di fake news.
Come intervenire?
Non sarebbe però corretta una filosofia dell’esperienza tecnologica che rinunci alla possibilità di confrontarsi con le ICT e con le opportunità che offre l’onlife. La valvola omologatrice che rende l’essere umano parte di un circuito mercificatore, potrebbe essere contrastato attraverso azioni non tanto tecniche, quanto promotrici di cultura, consapevolezza e autoregolazione.