Si può parlare di scrittura di sé, di autobiografia formativa intendendo la narrazione come momento formativo. La scrittura è uno dei mezzi potenti di autoformazione.
Duccio Demetrio ci suggerisce queste parole nel testo di Quaglino Formazione. I metodi.

Autobiografia
Ci racconta:
Perché scrivere di sé? Per cercare di comprendere i motivi del proprio essere al mondo, cioè una dimensione esistenziale, una dimensione di significato. É anche un’esperienza del pensiero che dà significato alla nostra esistenza. La scrittura di sé è un momento di autoformazione che va al di là del mero sapere, diventa sapere su di sé innanzitutto. Ha a che fare con la ricostruzione del mosaico della nostra vita. Scrivere di sé significa anche stabilire un dialogo interiore con sé stessi. Narrare ha come effetto il rendere disponibile un luogo in cui fermarsi a pensare attorno a ciò che viviamo concretamente nella nostra professione, un luogo dal quale possono germinare dei dialoghi con noi stessi. E’ una professione in formazione, che ha bisogno di essere raccontata e di essere trasmessa. Questa operazione del raccontare permette a noi stessi, prima che agli altri, di conoscere questa professione.
Il dado delle possibilità
Il corridoio odorava di disinfettante. L’arancio dei muri ingrigiva al confronto delle nuvole che si disegnavano sulle finestre. Dal mio metro e quindici avevo organizzato una giostra di saliscendi con gli occhi che correva lungo il paracolpi sulle pareti, come a seguire un percorso che, però, non capivo bene dove mi avrebbe portata. La danza della giostra terminava su una porta giallastra. Era l’ennesima visita alla quale mi sottoponevano. Sulle facce del dado delle possibilità c’erano già incise, le gocce dilatanti del medico con gli occhiali, il tunnel di plastica con suoni tecno intermittenti, gli adesivi con i fili attaccati ad una macchina, che disegnava linee a zig zag su un foglio a righe rosse e l’intervista del dottore con la barba che faceva domande incomprensibili. Cosa ci sarebbe stato sotto la quinta faccia del dado delle possibilità?
La porta giallastra si apriva su una poltrona reclinabile davanti ad una finestra. Il controluce mi dava sempre un po’ fastidio e con gli occhi socchiusi e il timore nel cuore andai a sedermi. Sentii freddo sulla testa, i capelli si bagnarono prima di accogliere altri adesivi attaccati ad altri fili che mi ingabbiavano tutta la testa. Mia madre aveva il viso preoccupato e agitato di chi non sapeva se sperare in un risultato seppur negativo, o abbandonarsi all’ennesimo buco nell’acqua, ma con il sollievo di non sapere una verità ipoteticamente terrificante.
Il nido elettrico che mi avevano acconciato sulla testa mi prudeva e avrei voluto staccarmi tutto con una bacchetta magica, come quella dei cartoni animati, e tornare a casa. Il tutto finì da lì a breve, con la testa bagnata, i capelli dritti che correvano lungo le guance pallide e con sempre la stessa risposta. Nulla di rilevante.
Quinta faccia del dado: nulla di ri-le-van-te.
Ogni mese le crisi si susseguivano con la frequenza di quattro/sei volte al mese. All’improvviso, in qualsiasi momento del giorno e della notte, perdevo la vista in un crescendo di scintillii e archi di luce che mi rendevano impossibile qualsiasi tipo di attività. La testa cominciava a pulsare e a sfociare in un dolore sordo e continuo per ore. Le coperte si arrotolavano sotto le gambe, scalciando come si scalcia qualcosa che fa paura. Lo stomaco risaliva l’esofago come a voler trovare una via d’uscita, a voler respirare di nuovo. Quando trovava finalmente l’uscita, il sonno prendeva il posto di tutto quel dolore e mi risvegliavo dentro le lenzuola che trasudavano di fatica e rassegnazione.
Un giorno accade a scuola. Amavo l’odore della carta, della grafite, dei libri sfogliati. Mi perdevo spesso a guardare fuori dalla finestra. Ogni stagione mi regalava una parte di sé. C’erano degli alberi che arrivavano fino al primo piano. I loro rami regalavano, ogni mattina, i colori dello scorrere del tempo. I toni caldi dell’autunno, il bianco dei primi giorni di gennaio, il verde della rinascita della primavera e la luce dell’ingresso dell’estate. Una mattina un raggio di sole mi invase gli occhi, rigettandomi nel vortice di quelle maledette emicranie. Una malattia primaria, non rispondente ai farmaci, non conosciuta in ambito scolastico, almeno durante la metà degli anni ’80.
Cominciò così quello che si sarebbe rivelato negli anni a seguire, come l’incomprensione di una patologia che non si vede, ma esiste. Una sofferenza non riconosciuta, non identificata, non capita e discriminante.
Erano gli anni ’80. I miei cugini passavano i pomeriggi in compagnia dell’appena nato Nintendo e alla vigilia del mio settimo compleanno, il reattore quattro della centrale nucleare di Chernobyl a Pripyat, nell’attuale Ucraina, esplose, sviluppando radiazioni duecento volte superiori a quelle delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki del 1945. Solo due giorni dopo, sugli avanzi della torta di mele, accendendo la tv, appresi la notizia. Non potevo immaginare che i miei sette anni venissero accompagnati da decenni di continue ripercussioni su bambini della mia stessa età. A dire il vero mi è difficile capirlo ancora oggi.
Le mie crisi continuavano, e continuavano quelle visite, i saliscendi nei corridoi, gli odori di alcool e disinfettante. Ma ancora una volta : nulla di rilevante.
Dopo il tramonto del 9 novembre 1989, il mondo vide l’abbattimento di un simbolo caratteristico di divisione storica e sociale. Il muro di Berlino crolla. Era crollata una barriera, una delle innumerevoli barriere che infettano il mondo. Quelle stesse barriere ideologiche e distruttive che anche la scuola aveva in grembo. La scuola, che tanto amavo e che mi regalava ogni giorno una finestra sul mondo, mi stava escludendo. Le continue assenze non erano ben viste dagli insegnanti, per il semplice motivo che “è solo un mal di testa, la bambina fa i capricci”. Il sistema scolastico dell’epoca, aveva introdotto solo da pochi anni il termine integrazione, ma solo a livello di disabilità certificata. Tutto ciò che non si vedeva, avrebbe aspettato ancora molti anni prima di vedere una strategia inclusiva nella scuola italiana.
Arrivò anche per me il giorno in cui ti risvegli più grande. Convivevo con quelle crisi ormai come fosse la normalità, anche se la normalità la vedevo solo io. Il primo giorno del liceo, ho incontrato quelle che sarebbero state le persone che mi avrebbero accompagnata tutta la vita. Amici e amiche che conoscono la mia patologia e che la ritengono una parte di me, non qualcosa da giudicare.
Avevo scelto il liceo artistico. L’arte mi ha aiutata molto ad esprimere le mie emozioni. Anche io, come Picasso, avevo avuto il mio periodo blu, momenti di pura esternalizzazione di materia interiore che si trasportava sulla tela. Accoglievo l’arte come l’ape il nettare. Una notte, all’ultimo anno di Accademia, passai ore a dipingere e ridipingere la stessa tela. Era diventata pesantissima, come la mia testa sofferente. Capivo che l’espressione artistica e l’accettazione di una diversità o problematica, potevano essere un metodo, una modalità, uno strumento, non solo per me, ma per tutti i disturbi invisibili.
Solo quindici anni dopo, quella sensazione primordiale divenne più chiara. Nel 2009 nasce un bambino. Un bambino apparentemente solo vivace e scapestrato. Una volta a scuola, però, incominciarono ad arrivare segnalazioni e insulti, a volte mascherati da consigli. I consigli dell’inconsapevolezza sociale. Mi sono sempre domandata se anche lui avesse costruito il suo saliscendi nei corridoi, se anche lui aspettasse di incidere l’ennesima porta giallastra sulla faccia del suo dado delle possibilità, e se anche lui un giorno deciderà cosa mettere sulla sesta faccia di quel dado. Arrivò la diagnosi. DOP. Disturbo oppositivo provocatorio. Il bambino trova il suo equilibrio solo in determinate circostanze di conforto e con pochissime persone che sceglie accuratamente. Tra queste ci sono io. Ritrovavo in lui quella mia voglia di usare la bacchetta magica durante l’elettroencefalogramma di tanti anni prima, quella sensazione dello stomaco che risaliva l’esofago per cercare una via d’uscita durante le crisi emicraniche e rivedevo in lui le mie paure, le mie sofferenze nel non essere compresa e nel rifiuto di chi ha paura di qualcosa che non capisce e non conosce.
Attraverso la trasposizione dei miei occhi nei suoi, avevo capito cosa ci volevo mettere sulla mia sesta faccia del dado delle possibilità. Quella faccia io l’avevo scelta, l’avevo capita, la stavo incidendo con il percorso della vita, della sofferenza e della voglia di fare qualcosa di concreto. Ho cominciato da quel momento a costruire un’immagine di me che potesse aiutare ed aiutarmi a comprendere, a condividere, a costruire un rinforzo positivo nel sistema relazionale ed educativo di quei bambini, futuri adulti, che quella consapevolezza dovevano solo acquisirla. Il raggiungimento delle autonomie è un punto importante nell’attività che ho intrapreso con i ragazzi che seguono le lezioni di educazione all’immagine o nei corsi di decorazione, con conseguenti prese di coscienza di un’identità profonda e degli aspetti profondi della personalità; la fiducia in se stessi, il superamento della timidezza, il riuscire ad esprimersi chiaramente e con calma.
Quella bambina ha completato il suo dado, per ora, rilanciandolo ad ogni sfida successiva e incidendo di volta in volta, nuove esperienze, nuove consapevolezze, nuovi dubbi e nuove ricerche.
Il dado non è tratto. Il dado si rilancia.
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